Catanzaro La difficile condizione dei "testimoni di giustizia" al centro di una giornata di studi organizzata dalla Fondazione Don Francesco Caporale
Protetti finché servono, poi abbandonati
Sono 67 in tutta Italia e nella lotta alla criminalità hanno messo a rischio le loro vite (e quelle dei familiari)
Enza Foceri
Catanzaro
«La Calabria può cambiare e i testimoni di giustizia sono un esempio per tutti quanti noi». Con questo accorato appello fatto arrivare, ieri, dal palco dell'Auditorium Casalinuovo ai giovani del capoluogo calabrese, Fulvio Scarpino ha aperto la "Giornata nazionale dei Testimoni di giustizia". La "Fondazione Francesco Caporale", di cui Scarpino è presidente, ha realizzato una manifestazione con dibattiti e confronti a più voci. Obiettivo della "maratona informativa", sostenuta anche da Regione, Comune e dalla Comunità montana della Presila Catanzarese, si è aperta con i saluti del vicepresidente del Consiglio regionale, Antonio Borrello e dell'assessore comunale alla legalità, Aldo Stigliano Messuti ed è proseguita con la proiezione di un trailer a tema, quello del film di prossima uscita "La siciliana Ribelle", con la regia di Marco Amenta. Sia Messuti che Borrello si sono soffermati sulla necessità di non lasciare soli i testimoni di giustizia. Infatti, dopo un'iniziale protezione da parte dello Stato, questi rischiano di rimanere abbandonati a loro stessi. Come testimoniato anche dall'Onorevole Ida d'Ippolito, componente della Commissione parlamentare antimafia, e dal Prefetto del capoluogo Sandro Calvosa, è anche la carenza della legislatura che giustifica l'esiguità dei numeri: attualmente si contano solo 67 testimoni di giustizia in tutta la penisola. Si tratta spesso di imprenditori che si ribellano alle richieste di pizzo o di semplici cittadini che abitano a fianco di clan che impongono la legge del malaffare, del voto di scambio e delle minacce come modus vivendi. I testimoni di giustizia - molti dei quali hanno contattato Fulvio Scarpino durante la fase di preparazione dell'evento - hanno ringraziato la "Fondazione Caporale" chiedendo ad essa di mandare alla platea un messaggio: «Non lasciateci soli e spingete affinchè l'emendamento che prevede l'inserimento dei testimoni di giustizia in posti della Pubblica amministrazione divenga realtà».
L'onorevole d'Ippolito ha voluto rimarcare la differenza che passa tra il testimone di giustizia e il collaboratore: il primo, esente da procedimenti penali, mette a rischio la propria vita e la propria famiglia solo per opporsi alle logiche mafiose. «Ecco perchè per queste figure eroiche occorre battersi – è stato detto – e con le giuste garanzie e far si che il loro numero cresca sempre di più».
La proiezione del video di persentazione del film "La siciliana ribelle" del regista siciliano Amenta, e del back stage sulla realizzazione dello stesso (in uscita sul grande schermo il prossimo mese), ha parlato, invece, con le immagini, mostrando la ribellione di una "figlia di mafia" alla realtà nella quale è cresciuta.
Gianvito Casadonte, fondatore del Magna Grecia Film Festival, nel presentare il giovane artista che ha dato vita all'opera cinematografica di denuncia ha aperto, così, la seconda parte della mattinata. Oltre ai citati nomi era presente anche il giornalista Enzo Romeo che, nel suo intervento, ha parlato dell'importanza, per i calabresi in genere ma per i giovani ancor di più, di recuperare il legame con le storie e le tradizioni culturali dei singoli paesi, citando l'esempio di Filadelfia che, nell'etimologia del nome, porta il principio di "amore fraterno".
La Giornata nazionale dei testimoni di giustizia è proseguita, nel pomeriggio, nella sede di Palazzo De Nobili dove si è tenuta una tavola rotonda moderata dal giornalista Vincenzo De Virgilio, alla quale hanno partecipato il giudice Romano De Grazia, presidente del Centro studi Lazzati, Franco Maccari segretario generale Coisp, Don Tonino Vattiata e l'avvocato Giovanna Fronte dell'associazione Libera. È stato Don Vattiata a portare per primo la sua testimonianza al fianco dei testimoni di giustizia, sottolineando le difficoltà di un sistema burocratico e giudiziario impreparato ad accogliere l'importante contributo che questi coraggiosi cittadini apportano alla società civile.
«Se vivessimo in un Paese davvero civile – ha detto Don Vattiata – non considereremmo eroi i testimoni di giustizia che, visto le poche tutele che hanno, sono davvero pochi, soprattutto in Calabria . Dovremmo essere tutti quanti testimoni di giustizia». All'intervento accorato di un parroco che alla sacrestia ha affiancato l'attivismo sul territorio, che ha intrapreso con la sua associazione una forma di protesta contro i "signori della mala", impedendo loro di divenire padrini di battenzandi, è seguito quello del segretario del sindacato autonomo di polizia Coisp. Franco Maccari ha aggiunto agli ostacoli burocratici e alle mancanze politiche, il problema dei tagli imposti al comparto sicurezza. Le ristrettezze economiche, infatti, e lo scarso rimpinguo di risorse umane nelle forze di polizia (in Italia all'anno su tremila poliziotti persi se ne integrano solo mille) fa sì che il testimone di giustizia, risorsa fondamentale per uno Stato di giustizia, divenaga un onere pesante da supportare.
È stata poi la volta del giudice Romano De Grazia che ha ricordato alla platea di ascoltatori come la mai risolta "Questione meridionale" e la cultura della rassegnazione rispetto alle prepotenze siano le prime piaghe da sanare per vedere la Calabria rinascere.
Ha chiuso la manifestazione l'intervento dell'avvocato Fronte, che ha sottolineato l'importanza di riconoscere i testimoni di giustizia per quello che sono realmente: «Non simili ai collaboratori che hanno tutto da guadagnare nella denuncia, bensì cittadini semplici, spesso imprenditori, che rinunicano ad una vita, ad un lavoro redditizo e ad una famiglia pur di far trionfaere la giustizia».